A presentare il progetto è la dottoressa Rita De Sanctis del Cancer Center, uno dei membri della squadra di Ricerca oncologica di Humanitas. Sono molti gli studi attivi ma il percorso per sconfiggere i tumori è ancora lungo e c’è bisogno del contributo di tutti: ecco perché è possibile sostenere la ricerca donando il proprio 5×1000

 

Analisi avanzata di immagini diagnostiche PET/TAC, esami del sangue alla ricerca di particolari marcatori di cellule tumorali, studio del microbiota intestinale ed extraintestinale, ovvero dell’insieme dei microorganismi presenti nell’intestino e non solo. Tre tecniche, un unico fine: predire la risposta al trattamento chemioterapico preoperatorio per il tumore alla mammella localmente avanzato (ovvero non metastatico) ad alto rischio, non esente da effetti collaterali come perdita di capelli, nausea e disturbi gastrointestinali, al fine di poterlo somministrare solo alle pazienti che risultano responsive alla terapia. E’ questo l’obiettivo del progetto portato avanti dalla dottoressa Rita De Sanctis della Medical Oncology Unit dell’Humanitas Cancer Center, che ha ricevuto il finanziamento del 5×1000 da parte dell’Istituto Clinico Humanitas.

 

Rischio recidiva e sopravvivenza

E’ stato ormai dimostrato che le pazienti responsive al trattamento preoperatorio standard hanno migliore prognosi, una volta operate, in termini sia di rischio di recidiva che di sopravvivenza. Le pazienti che, invece, non rispondono a tale chemioterapia pre-operatoria risultano avere, anche dopo l’operazione di asportazione del tumore, un maggior rischio di recidiva e di minor sopravvivenza. “Vorremmo quindi meglio comprendere – continua la dottoressa De Sanctis – quali sono le caratteristiche che identificano e differenziano le pazienti ‘responder’ da quelle ‘non responder‘, per conoscere in anticipo qual è la migliore strategia terapeutica per ogni singola paziente”.

 

Tre tecniche

Tre le tecniche utilizzate nel progetto. “La prima prevede l’analisi delle immagini diagnostiche di stadiazione PET/TAC, con l’utilizzo di un tracciante radiomarcato, analogo del glucosio, in collaborazione con la dr.ssa Lidija Antunovic del reparto di Medicina nucleare. Questo esame diagnostico è già utilizzato nella routine clinica per valutare se il tumore mammario è presente solo a livello locale o se è diffuso: le ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato che i dati ottenuti da queste immagini possano dare molte informazioni sia sulla natura del tumore che sulla possibile prognosi del paziente – spiega la dottoressa De Sanctis -. La seconda tecnica riguarda l’esame del plasma sanguigno della paziente, alla ricerca di particolari marcatori di cellule tumorali che indichino, pochi giorni dopo la somministrazione del primo ciclo di farmaci antitumorali, se il sistema immunitario si è scatenato contro il tumore oppure no, inducendo la morte delle cellule tumorali (morte immunogenica). Infine la terza tecnica riguarda lo studio dei microrganismi  presenti nell’intestino, nel cavo orale e nel tessuto mammario tramite l’esame di campioni di feci, di saliva e di tessuto tumorale prima della somministrazione del primo ciclo di terapia e al termine dell’ultimo ciclo, per capire i cambiamenti cui vanno incontro questi microrganismi che popolano il nostro organismo e stabilire se la responsività alla terapia pre-operatoria rispetti degli schemi precisi. La seconda e la terza tecnica verranno condotte in collaborazione con la dr.ssa Chiara Pozzi del laboratorio di Immunologia mucosale”.

 

Il progetto

Nel progetto verranno arruolate circa cento pazienti. “Capire quali caratteristiche identificano precocemente una paziente responsiva al trattamento chemioterapico preoperatorio standard per il tumore alla mammella localmente avanzato e/o ad alto rischio – spiega la studiosa – ci permetterà di utilizzare questa terapia in modo mirato evitando la somministrazione (e le conseguenti inutili tossicità) alle pazienti ‘non responder’, per le quali potremo proporre in alternativa un differente approccio terapeutico”.