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Marisa ha 30 anni, un sacco di capelli ricci e scuri sulla testa, una bimba di sei mesi, un marito. È infermiera ed è impegnata anche come educatrice nel gruppo scout della sua città. Una vita piena e bella, nella sua semplice quotidianità. È aprile del 2016, manca poco più di una settimana a Pasqua: “Era una domenica sera – dice Marisa – non lo dimenticherò mai. Dopo un pranzo in famiglia, inizio ad avvertire dolori allo stomaco e mi accorgo di avere la febbre. Al momento non mi sono preoccupata, ma dopo 24 ore considerato che la situazione non migliorava, ho deciso di fare un salto in pronto soccorso in Humanitas. Vengo sottoposta a ecografia, ma i risultati non convincono molto il medico di turno, per cui mi viene prescritta un’ulteriore ecografia il venerdì di quella stessa settimana, per sicurezza”.

La seconda ecografia rivela la presenza di molto liquido nell’addome e una TAC successiva mostra un’occlusione intestinale: una situazione che richiede un ricovero d’urgenza per un intervento. “L’operazione è andata benissimo, l’équipe di Chirurgia addominale è stata fantastica, così come il personale di reparto. Sebbene ci siano stati momenti difficili, legati alla fatica ad alzarmi dopo l’operazione e al dolore post-operatorio, ho sentito tanta attenzione intorno a me e tanta cura”.

La diagnosi

Il peggio è passato, si aspettano solo i risultati della biopsia effettuata nel corso dell’intervento. “Vengo convocata per un colloquio per discutere gli esiti della biopsia e mi informano che parlerò con la dottoressa Monica Balzarotti, un’ematologa. Sento subito che qualcosa non va e infatti la dottoressa mi spiega che ho un linfoma della forma non Hodgkin. Si chiama Linfoma di Burkitt, non è tipico delle nostre zone, ed è molto aggressivo. La fortuna è che risponde bene alle terapie. Ho pianto un sacco. Da un giorno all’altro mi sono ritrovata malata di cancro a chiedermi morirò?”.

I cicli di chemioterapia

“La dottoressa Balzarotti e la dottoressa Rita Mazza, che mi ha poi seguita, sono state fin dai primi istanti chiare e rassicuranti. Mi hanno spiegato tutto della malattia, del piano di cura, degli effetti collaterali della chemioterapia. Ho dovuto fare i conti con il fatto che probabilmente non avrei potuto avere altri figli, anche se al momento non erano in programma visto che Matilde era nata da sei mesi. Non c’era infatti tempo per conservare gli ovuli, ci voleva un mese e non potevamo permettercelo. Due giorni dopo mi sono ritrovata ricoverata in ospedale e ho iniziato le cure. I farmaci erano molto pesanti e – come mi avevano anticipato – ho perso i capelli. Era una delle cose che mi spaventava di più perché con la perdita dei capelli le persone ti configurano come malata e tu ti vedi malata”, racconta Marisa.

Marisa si sottopone a 4 cicli di chemioterapia, in ospedale e anche a casa, quando possibile. “In Humanitas sono stata seguita con cura e attenzione, sapevano che avevo una bimba di pochi mesi a casa e hanno fatto di tutto per far sì che io passassi più tempo possibile con lei, anche in ospedale, quando le condizioni lo consentivano”.

Il 28 luglio la cura è finita, Marisa è a casa e pochi mesi dopo, a settembre, risulta guarita.

 

“Caro Linfoma di Burkitt”

“Caro Linfoma di Burkitt”, inizia così il post che Marisa pubblica proprio a settembre sul suo profilo Facebook e in cui racconta ai propri amici che la chemio ha funzionato e che è guarita e in cui traccia un bilancio di cosa la malattia le abbia insegnato.

“Se ci ripenso oggi, che sono passati tre anni, mi viene solo da piangere; se ripenso al dolore fisico, alla fatica dei giorni costretta in isolamento, alla lontananza da mia figlia. In quei giorni no, non ricordo una sola volta in cui io mi sia abbattuta. Non c’era tempo per abbattersi, avevo troppe cose a cui pensare, tra cui la mia bambina. L’idea di saperla a casa con altri a prendersi cura di lei mi faceva male, pensavo che avrei perso la prima volta in cui avrebbe gattonato, le prime pappe, le prime passeggiate in primavera. Per fortuna, ho avuto accanto la mia famiglia e una famiglia ancora più allargata in Humanitas– dai medici, agli infermieri, agli operatori – che non mi hanno mai fatto sentire sola. Ho incontrato altri pazienti con i quali ho condiviso i giorni di degenza e con i quali si è creato un legame fortissimo. La malattia ti cambia la vita, ti fa riscoprire quali sono le cose che contano davvero e di come spesso ci attacchiamo a delle banalità. Risceglierei ancora Humanitas perché tutti coloro che si sono presi cura di me avevano a cuore la mia vita e non smetterò mai di ringraziarli”.

Sono passati tre anni, Marisa si sottopone ai controlli di routine e sta bene. Ogni tanto ha paura che il Linfoma possa tornare, ma non c’è tempo nemmeno per pensarci, ci sono i bimbi da andare a prendere a scuola: “perché poi è arrivato anche Filippo”, dice Marisa ridendo.