Lo scompenso cardiaco è una sindrome clinica caratterizzata da un’anomala funzione del muscolo cardiaco che risulta incapace di pompare una quantità di sangue adeguata alle richieste metaboliche dell’organismo. In Humanitas, esiste un gruppo composito di ricercatori e medici che investiga questa malattia a trecentosessanta gradi. Le ricerche coprono uno spettro che va dalla genetica alle tecnologie più avanzate cardiologiche e cardiochirurgiche con un team complessivo composto da circa 40 ricercatori in cardiologia traslazionale, medici e chirurghi. Anche per quest’area di ricerca si potrà scegliere di destinare i fondi 5×1000 per l’ospedale Humanitas.

«Lo scompenso cardiaco costituisce una sindrome di frequente riscontro e un problema sanitario di dimensioni sempre crescenti, soprattutto nel mondo occidentale, divenendo la principale malattia in ambito cardiovascolare», spiega il professor Gianluigi Condorelli, direttore del Dipartimento Cardiovascolare di Humanitas. «L’aumento dell’età media, la riduzione della mortalità per eventi cardiaci acuti, come l’infarto del miocardio, i progressi nel trattamento delle patologie cardiovascolari croniche, come la cardiopatia ischemica, l’ipertensione arteriosa o il diabete mellito, paradossalmente possono posporre l’insorgenza della malattia piuttosto che prevenirla».

In Italia la prevalenza di questa malattia nella popolazione generale varia si avvicina all’1% con più di mezzo milione di persone affette. La sua incidenza, ossia il numero di nuovi casi annui, cresce notevolmente con l’aumentare dell’età costituendo la causa più frequente di ospedalizzazione nella popolazione maggiore di 65 anni. La prognosi della malattia è uniformemente infausta, se non si riesce a intervenire sulla causa sottostante. La mortalità media è di circa il 50% a 5 anni, arrivando, nei casi più gravi, addirittura a una mortalità del 50% a 1 anno.

«Lo scompenso cardiaco può essere determinato da cause intrinseche alle cellule contrattili del cuore, dovuto quindi a mutazioni a carico di geni che specificano per determinate proteine del cuore, oppure, e più frequentemente, può risultare secondario a cause estrinseche alla cellula miocardica, tra cui il post-infarto del miocardio, l’ipertensione arteriosa, le patologie valvolari (aortica e mitralica in primis), patologie infiammatorie e infettive, quali le miocarditi virali e, più recentemente, ma con numeri vieppiù crescenti, la tossicità da chemioterapia», aggiunge lo specialista.

Quali sono le novità sulla ricerca e il trattamento dello scompenso cardiaco? «Sono in corso studi sull’identificazione delle mutazioni genetiche alla base delle cardiomiopatie primitive con tecnologie di sequenziamento del DNA ultramassivo; si generano cellule staminali multipotenti indotte dal sangue dei pazienti che poi si stimolano a diventare cellule del miocardio al fine di studiare le caratteristiche molecolari della malattia ricreando la malattia genetica in provetta; s’identificano nuovi biomarker circolanti di stress cardiaco, in particolare ad RNA (microRNA ed RNA non codificanti) che potrebbero rilevarsi più sensibili di quelli utilizzati convenzionalmente oggi, al fine di migliorare la capacità diagnostica e prognostica della malattia», risponde il professor Condorelli.

«Ancora, si mettono a punto nuove nanotecnologie per il rilascio di farmaci mirato alle cellule cardiache; si utilizzano tecnologie avanzate quali la transcatheter aortic valve replacement (TAVR) e la “mitra clip” per correggere in modo minimamente invasivo le patologie valvolari alla base di alcune forme di scompenso cardiaco; si impiantano cuori artificiali chiamati “left ventricular assisted device-LVAD” temporanei, pompe in grado di sostituire la funzionalità del miocardio prima del trapianto d’organo; infine – conclude l’esperto – si conducono studi clinici finalizzati a determinare la possibilità di prevenire lo scompenso cardiaco successivo all’utilizzo di chemioterapici in corso di patologie oncologiche».