Terapie, diagnosi precoce e risvolti psicologici della malattia. La ricerca sulla psoriasi sta percorrendo queste tre strade per rendere la patologia sempre più curabile e meno invalidante. «Negli ultimi 4-5 anni la ricerca sulla psoriasi ha subito un’importante accelerazione e sono stati

tagliati diversi importanti traguardi», dice il professor Antonio Costanzo, responsabile di Dermatologia di Humanitas e docente di Humanitas University, che ha contribuito in maniera decisiva al raggiungimento di questi obiettivi. La ricerca naturalmente va avanti e potrà farlo anche grazie al contribuito di ciascuno di noi. L’attività dei ricercatori impegnati nella lotta alla psoriasi potrà infatti essere sostenuta dai finanziamenti del 5×1000 destinati all’ospedale.

 

Quali sono questi risultati raggiunti di recente? «In primo luogo la psoriasi è stata riconosciuta come malattia autoimmunitaria e non solo infiammatoria cronica. La componente dell’infiammazione caratterizza la malattia, che può essere inquadrata come malattia infiammatoria sistemica con coinvolgimento anche cutaneo, ma la sua genesi è autoimmunitaria», risponde il professore.

 

Il professor Costanzo, assieme a ricercatori dell’Istituto superiore di Sanità e dell’università di Losanna, ha individuato un autoantigene, ovvero una molecola contro cui è diretta la reazione autoimmunitaria dell’organismo: «Si tratta di una proteina, un peptite antimicrobico, chiamato LL37 o catelicidina. In genere questa proteina ci difende dalle infezioni ma in pazienti predisposti viene presentato ai linfociti come autoantigene innescando così una reazione autoimmunitaria che stimola la produzione di diverse citochine, cioè di molecole pro-infiammatorie. A mediare la reazione dell’organismo c’è l’interleuchina 23 che educa i linfociti a produrre le citochine che causano non solo la psoriasi ma anche i processi alla base dell’artrite, della spondiloartrite e delle malattie infiammatorie croniche intestinali».

 

Grazie a questa scoperta – in Germania è stato individuato un altro autoantigene – la ricerca ha potuto mettere a punto dei farmaci utilizzati non solo per il trattamento della psoriasi ma anche per le altre malattie infiammatorie croniche: «Le citochine pro-infiammatorie sono il bersaglio di questi farmaci utilizzati ormai di routine per il trattamento della psoriasi severa. Oltre a “spegnere” la psoriasi dalla pelle questi farmaci aiutano a prevenire anche le altre malattie associate alla psoriasi, dall’artrite psoriasica alle malattie cardiovascolari. E la ricerca del futuro lavorerà ancora nello sviluppo di farmaci antinfiammatori che possono essere testati più facilmente sulla psoriasi e poi trasferiti nelle terapie di altre malattie».

 

Quali sono gli altri settori sui cui stanno lavorando i ricercatori? «Certamente quello della medicina personalizzata. Al momento abbiamo già definito dei marcatori che permettono di individuare quei pazienti che risponderanno meglio a determinate terapie. La ricerca potrà migliorare questi aspetti così come quello della diagnosi precoce, che ci permette di cogliere tempestivamente i segni della malattia e controllare la prognosi di forme articolari di psoriasi o di artrite psoriasica anche in pazienti asintomatici».

 

La psoriasi colpisce in Italia circa 2,5 milioni di persone. In tantissimi ha un forte impatto psicologico: «Ad esempio circa il 35% delle persone colpite da una forma severa ha manifestato intenti suicidi. Inoltre sono tanti i pazienti che hanno manifestato forme di depressione. Le ricadute psicologiche della malattia si sono guadagnate l’attenzione dei ricercatori. Diversi scienziati stanno indagando su questi aspetti cercando di capire se a mediare l’associazione tra psoriasi e depressione sia solo lo stigma che può accompagnare i pazienti o se sia coinvolta l’infiammazione sistemica che caratterizza la patologia», conclude il professor Costanzo.