Prosegue il lavoro di ricerca sui nuovi marcatori del rischio di ictus e infarto. Il progetto, coordinato dal dottor Giulio Stefanini, ricercatore universitario in Cardiologia di Humanitas University, ha ricevuto il sostegno dei fondi del 5×1000 destinati dai contribuenti all’ospedale Humanitas.

Le malattie ischemiche del cuore, quelle cerebrovascolari e le altre malattie del cuore restano la prima causa di morte in Italia, come riferisce l’Istat (anno di riferimento 2012). Avere a disposizione maggiori informazioni su questi eventi avversi grazie al lavoro dei ricercatori è dunque di vitale importanza.

Cercare di prevenire l’insorgenza di queste patologie è l’obiettivo ultimo del progetto: identificare i pazienti che corrono un rischio maggiore di ictus e infarto per poter intervenire rapidamente con strategie di prevenzione o trattamenti clinici più mirati.

Quali sono stati gli avanzamenti del progetto “Al cuore della prevenzione: nuovi marcatori predittivi di ictus e infarto”? L’abbiamo chiesto al dottor Stefanini.

Lo scorso anno la raccolta di campioni di plasma e i dati relativi a pazienti sottoposti a rivascolarizzazione coronarica muoveva i primi passi. Dopo oltre 12 mesi il suo “patrimonio” è aumentato: «Abbiamo esteso la raccolta campioni ad altri pazienti coinvolgendo anche quelli con malattia delle valvole cardiache, come una stenosi valvolare aortica ad esempio, sottoposti a un impianto transcatetere di valvola aortica (TAVI)», risponde il dottor Stefanini.

«Di fatto abbiamo ampliato la raccolta campioni per variare la platea di pazienti con malattie cardiovascolari e identificare nuovi biomarcatori a cui è associato un maggior rischio di ictus e infarto. Abbiamo già a disposizione dei dati preliminari sui biomarcatori predittivi del rischio, elementi cellulari specifici come alcuni microRNA circolanti nel sangue».

L’obiettivo è non solo quello di coinvolgere più pazienti con malattie cardiache ma anche di proseguire nel follow up: «Seguire i pazienti nel tempo, anche diversi anni, è necessario per correlare le informazioni sui biomarcatori con la prognosi clinica relativa a pazienti già colpiti da eventi avversi, in prevenzione secondaria e di per sé suscettibili all’insorgenza di nuovi eventi cardiovascolari», conclude lo specialista.