“Spegnere” l’infiammazione in caso di malattia autoimmune non significa solo tenere sotto controllo la patologia ma anche ridurre il rischio che il soggetto colpito possa sviluppare altre patologie sempre a origine infiammatoria. «L’infiammazione sistemica, l’infiammazione senza barriere, è il vero obiettivo del trattamento delle malattie autoimmuni», sottolinea il professor Carlo Selmi, responsabile di Reumatologia e Immunologia clinica dell’ospedale Humanitas e docente all’Università degli Studi di Milano.

Spesso diverse patologie mediate dal sistema immunitario coesistono nello stesso paziente, basti pensare alla correlazione tra psoriasi e artrite psoriasica o tra psoriasi e malattie infiammatorie croniche intestinali. Proprio le malattie autoimmuni e infiammatorie sono al centro di uno dei quattro progetti di ricerca che stanno per partire a Humanitas e che possono essere sostenuti con i fondi del 5×1000 destinati all’ospedale.

Si parla, in questi termini, di comorbidità, ovvero della compresenza di più condizioni patologiche nello stesso paziente. Compresenza che può chiamare in causa non solo più malattie autoimmuni ma semplicemente diverse malattie che colpiscono vari organi: «È sempre più evidente che l’infiammazione cronica sia al centro di diverse condizioni e malattie, anche in quelle in cui c’è una prevalente componente metabolica come l’aterosclerosi o il diabete», ricorda il professor Selmi.

«Le malattie infiammatorie ad andamento cronico come le malattie reumatologiche possono avere una sequela di eventi metabolici e cardiovascolari. Da ciò derivano due conseguenze: da un lato è indispensabile gestire i malati in modo multidisciplinare dall’altro crollano gli steccati tra i diversi settori di ricerca: ciò che scoprono, ad esempio, i ricercatori attivi nel campo della cardiologia è importante anche per chi si occupa di reumatologia».

Cosa comporta comprendere i meccanismi alla base dell’infiammazione cronica e sistemica? «Comporta un continuo perfezionamento dei trattamenti con la definizione di strategie terapeutiche sempre più raffinate e personalizzate, diverse a seconda delle condizioni del singolo paziente. È sempre più importante conoscere l’azione dei messaggeri delle infiammazioni croniche come il TNF-Tumor necrosis factor, una citochina coinvolta nell’insorgenza dell’infiammazione. In questo modo avremo informazioni sempre più preziose per individuare nuovi farmaci biologici con cui “spegnere” l’infiammazione. A oggi ne abbiamo a disposizione di potenti, farmaci biologici impensabili fino a pochi anni fa, che utilizziamo per colpire le molecole pro-infiammatorie come le interleuchine 12, 23 e 17 o componenti a monte come PDE4», conclude il professor Selmi.