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Tachicardie atriali

Le tachicardie atriali sono dei ritmi tachicardici (frequenza > 100 battiti/minuto) in cui l’impulso elettrico cardiaco non si origina dal normale automatismo del nodo seno atriale, sito da cui di solito nasce il battito cardiaco.

Le tachicardie atriali hanno in genere origine focale, ossia l’impulso elettrico nasce in uno specifico sito dell’atrio destro o sinistro da cui si propaga in maniera centrifuga. Il loro meccanismo dipende dall’attivazione di un gruppo di cellule che emettono degli impulsi a frequenza elevata, sostituendosi al centro fisiologico del battito che è il nodo seno atriale.

Cardioversione elettrica esterna

Studio elettrofisiologico

Ablazione

Diagnostica

Elettrocardiogramma

Trattamenti

Terapia farmacologica (sia betabloccante sia con altri farmaci antiaritmici)

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

 

 

Tachicardia ventricolare (TV)

Si tratta di un’aritmia – quasi sempre rapida, secondaria a ritmo cardiaco accelerato – che nasce dai ventricoli. Qualora tutti i battiti originino dallo stesso sito ventricolare si dice monomorfa, altrimenti polimorfa. Possono essere sostenute o non sostenute, in base alla loro durata.

Che cos’è la tachicardia ventricolare e da cosa è causata?

E’ un ritmo cardiaco accelerato che si origina nei ventricoli. Si definisce monomorfa qualora tutti i battiti abbiano la stessa morfologia all’elettrocardiogramma, ossia se originano dallo stesso sito ventricolare; si dice, invece, polimorfa in caso contrario. In base alla durata si definiscono sostenute o non sostenute e tollerate o non tollerate in base all’eventuale perdita di coscienza nel corso dell’aritmia. La tolleranza di una tachicardia ventricolare dipende dalla funzione di pompa del cuore, dalla frequenza cardiaca e dall’efficacia di una risposta vasocostrittiva periferica.

In genere si verificano in presenza di alterazioni strutturali del muscolo cardiaco che causano dei circuiti di rientro in cui un singolo impulso elettrico circola,  in modo indefinito, all’interno delle camere ventricolari. Il substrato più frequente è la presenza di una cicatrice infartuale. La displasia/cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro è invece una causa non ischemica di tachicardia ventricolare associata ad alterazioni strutturali. Più di rado derivano da focolai ventricolari che generano in modo automatico degli impulsi elettrici accelerati. In base alla presenza ed al tipo di cardiopatia associata, le tachicardie ventricolari sono collegate a prognosi più o meno maligne. Una delle cause più comuni di tachicardia ventricolare benigna è costituita dalla tachicardia ventricolare a origine dal tratto di efflusso del ventricolo destro, di tipo focale.

Una forma particolare di tachicardia ventricolare è quella definita  “torsione di punta”: una forma polimorfa ed a frequenza molto elevata, solitamente autolimitantesi, ma che può degenerare in fibrillazione ventricolare ed arresto cardiaco. E’ associata a cardiopatie aritmogene ereditarie con difetti a carico dei canali ionici delle cellule miocardiche (Sindrome del QT lungo).

Diagnosi

La sua diagnosi è di tipo elettrocardiografico e si basa sul reperto di un ritmo cardiaco rapido con complesso qrs (il segnale elettrico proveniente dai ventricoli) allargato.

Trattamenti

I trattamenti possibili dipendono dal tipo di tachicardia e dall’eventuale cardiopatia che ne sia associata, e comprendono:

  1. ablazione trans catetere
  2. impianto di un defibrillatore
  3. farmaci antiaritmici

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

Stenosi mitralica

Detta anche stenosi della valvola mitrale, è una condizione patologica in cui la valvola mitrale – ovvero quella valvola cardiaca che consente il passaggio di sangue dall’atrio sinistro al ventricolo sinistro, la principale camera di pompaggio del cuore – non funziona in modo corretto per un restringimento (stenosi).

Che cos’è la stenosi mitralica?

In condizioni normali la valvola mitrale è costituita da due sottili lembi mobili ancorati tramite corde tendinee a due muscoli (i muscoli papillari) che – contraendosi insieme al ventricolo sinistro dove sono collocati – impediscono lo sbandieramento (prolasso) dei lembi mitralici nell’atrio sinistro: i margini dei lembi si separano quando la valvola si apre, consentendo al sangue di passare dall’atrio sinistro al ventricolo sinistro, e si riavvicinano quando la valvola si chiude, impedendo al sangue di tornare indietro.

Può tuttavia capitare che la valvola abbia delle alterazioni che ne determinano un restringimento (stenosi):

Presenza di ring sopramitralico: in questo caso un anello di tessuto fibroso al di sopra della valvola mitrale limita il passaggio sanguigno all’interno della valvola.

Valvola mitrale “a paracadute”: i lembi della valvola sono allungati e collegati ad un unico muscolo papillare.

Ispessimento e fusione dei lembi, che non riescono più a muoversi in modo indipendente l’uno dall’altro.

La presenza di una stenosi mitralica fa sì che, per consentire il passaggio del sangue dall’atrio al ventricolo sinistro, la pressione nell’atrio sinistro aumenti. Questo meccanismo compensatorio ne provoca a sua volta altri: aumento della pressione nelle vene che dai polmoni riportano il sangue al cuore, con conseguente accumulo di liquido nei polmoni (congestione), ed aumento della pressione nelle arterie polmonari (ipertensione polmonare), che impone al ventricolo destro un sovraccarico di lavoro, che nel lungo periodo può sfiancarlo, determinando un’insufficienza cardiaca. Qualora non venga curata, la stenosi della valvola mitrale può pertanto avere delle gravi conseguenze.

Quali sono le cause della stenosi mitralica?

La causa di gran lunga più frequente di stenosi mitralica è la malattia reumatica, una sindrome autoimmune che può essere provocata da infezioni streptococciche. Questa affezione – sempre più rara nei paesi industrializzati, ma ancora molto comune in quelli in via di sviluppo – può danneggiare i lembi della valvola mitrale impedendole, quindi, di funzionare correttamente. La malattia reumatica può causare l’ispessimento e la fusione dei due lembi della valvola, impedendole di aprirsi correttamente nel primo caso e di aprirsi e chiudersi in modo corretto nel secondo.

La stenosi mitralica può avere alla base anche un difetto cardiaco congenito:

  1. può accadere che un bambino nasca con un restringimento della valvola mitrale e sviluppi una significativa stenosi mitralica nei primi anni di vita;
  2. oppure si può nascere con una valvola mitralica difettosa che mette a rischio di sviluppare una stenosi mitralica in età avanzata.
  3. Un’altra causa di stenosi mitralica è la calcificazione della valvola: con l’avanzamento dell’età, possono accumularsi dei depositi di calcio a livello dell’anello valvolare mitralico, causandone il restringimento.

Quali sono i sintomi della stenosi mitralica?

Non sempre questa patologia è accompagnata da dei sintomi: si può soffrire di questa condizione e sentirsi bene, oppure si possono avere dei sintomi modesti che consentono di vivere senza particolari limitazioni anche per decenni. La sintomatologia – che può insorgere o peggiorare in modo improvviso – comprende:

  1. frequenti infezioni respiratorie (es. bronchite)
  2. tosse stizzosa
  3. dolore toracico
  4. stanchezza e facile faticabilità
  5. mancanza di respiro, soprattutto sotto sforzo o quando ci si sdraia
  6. gonfiore ai piedi e alle caviglie
  7. palpitazioni

Come prevenire la stenosi mitralica?

Il modo migliore per prevenirla è evitare la sua causa più comune, la malattia reumatica. Importante è pertanto il corretto trattamento antibiotico delle infezioni alla gola generate da streptococchi. Attualmente grazie all’impiego degli antibiotici, nei paesi industrializzati la malattia reumatica è assai rara.

Diagnosi

Per effettuare la diagnosi di stenosi mitralica, il medico ausculterà il cuore con lo stetoscopio. Oltre al cuore, il curante ausculterà i polmoni al fine di verificare l’eventuale presenza di congestione polmonare. In caso di rilevamento di rumori cardiaci anomali e/o di congestione polmonare, potrà essere disposta l’esecuzione di diversi esami strumentali. Tra questi:

RX torace: consente di valutare: dimensioni e forma del cuore; l’eventuale dilatazione dell’atrio sinistro; l’eventuale presenza di liquido all’interno dei polmoni (congestione).

Cateterismo cardiaco: metodica invasiva che si basa sull’introduzione di un piccolo tubo (catetere) in un vaso sanguigno; il catetere viene quindi spinto sino al cuore e permette di acquisire delle importanti informazioni sul flusso e sull’ossigenazione del sangue e sulla pressione all’interno delle camere cardiache e delle vene e delle arterie polmonari. Documenta la presenza di un gradiente di pressione transmitralico e, nei casi più gravi, di disfunzione contrattile del ventricolo destro e ipertensione polmonare. È ormai indicato di rado: si effettua solitamente quando vi sia una discrepanza tra la gravità dei sintomi e l’entità della stenosi all’ecocardiogramma.

ECG: registra l’attività elettrica del cuore. L’alterazione più frequentemente determinata dalla stenosi mitralica è la comparsa di segni di dilatazione dell’atrio sinistro; possono poi essere presenti aritmie, solitamente la fibrillazione atriale.

Ecocardiogramma transtoracico: è un test di immagine che permette di visualizzare le strutture del cuore e il funzionamento delle sue parti mobili. L’apparecchio invia un fascio di ultrasuoni al torace, tramite una sonda appoggiata sulla sua superficie, e rielabora gli ultrasuoni riflessi che ritornano alla stessa sonda dopo aver interagito in modo diverso con le varie componenti della struttura cardiaca (valvole, miocardio, cavità). È l’esame più importante perché permette di valutare il meccanismo e l’entità della stenosi mitralica nonchè le dimensioni dell’atrio sinistro e del ventricolo destro e la funzione contrattile di quest’ultimo nonchè la presenza di ipertensione polmonare. Le immagini in tempo reale possono essere raccolte anche tramite l’esecuzione di un test da sforzo (eco stress): l’effettuazione di un eco stress è indicata quando vi sia discrepanza tra la gravità dei sintomi e l’entità della stenosi mitralica a riposo.

Ecocardiogramma transesofageo: la sonda, in tal caso, viene introdotta dalla bocca e spinta in avanti finché giunge nell’esofago. Consente una visualizzazione migliore delle valvole e delle strutture paravalvolari. È importante al fine di pianificare la strategia terapeutica.

ECG dinamico secondo Holter: l’Holter è il monitoraggio prolungato nel corso delle 24 ore dell’ECG. Può documentare aritmie.

Trattamenti

La terapia comprende medicinali e diverse procedure interventistiche: la scelta viene fatta in base alle caratteristiche del soggetto e alla gravità della stenosi mitralica.

In caso di stenosi mitralica lieve o moderata sono sufficienti dei periodici controlli clinici ed ecocardiografici.

La terapia farmacologica comprende:

  1. Anticoagulanti atti a prevenire eventi embolici in caso di fibrillazione atriale, pregressi eventi embolici, presenza di un trombo nell’atrio sinistro.
  2. Diuretici: in caso di accumulo di liquidi.
  3. Medicinali che rallentano la frequenza cardiaca, come i beta-bloccanti o i calcio-antagonisti, in presenza di fibrillazione atriale ad ala frequenza.
  4. La terapia interventistica della stenosi mitralica comprende la commissurotomia con palloncino che consiste nella dilatazione della valvola stenotica tramite un palloncino introdotto mediante catetere attraverso un vaso sanguigno del braccio o dell’inguine. Una volta in posizione, il palloncino sulla punta del catetere viene gonfiato, dilatando la valvola. Il palloncino viene successivamente sgonfiato ed estratto dal corpo insieme al catetere. Nel tempo, può essere necessario ripetere la procedura.

La terapia chirurgica comprende:

  1. la valvuloplastica: il chirurgo “ripara” la valvola;
  2. la commissurotomia: è la semplice dilatazione della valvola;
  3. la sostituzione della valvola mitrale: il chirurgo rimuove la valvola danneggiata e la sostituisce con una protesica meccanica o biologica.

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

Insufficienza mitralica

Si tratta di una condizione in cui un difetto di chiusura della valvola mitrale fa sì che parte del sangue pompato dal ventricolo sinistro – anziché andare in aorta – refluisca nell’atrio sinistro, provocando affaticamento e disturbi respiratori.

Che cos’è l’insufficienza mitralica?

In condizioni normali la valvola mitrale è costituita da due sottili lembi mobili ancorati mediante corde tendinee a due muscoli (i muscoli papillari) che – contraendosi assieme al ventricolo sinistro dove sono collocati – impediscono lo sbandieramento (prolasso) dei lembi mitralici nell’atrio sinistro: quando la valvola si apre, i margini dei lembi si separano consentendo al sangue di passare dall’atrio sinistro al ventricolo sinistro, e si riavvicinano quando la valvola si chiude, impedendo pertanto al sangue di tornare indietro. In un cuore sano la valvola mitrale separa l’atrio sinistro dal ventricolo sinistro in modo ermetico. Qualora, invece, questa valvola non si chiuda adeguatamente si ha la cd. insufficienza mitralica, una condizione in cui parte del sangue che dovrebbe essere spinto dal ventricolo sinistro nell’aorta ritorna invece all’interno dell’atrio. Indipendentemente dal motivo, questa situazione può provocare un affaticamento del cuore, con dilatazione del ventricolo sinistro. Le conseguenze possono essere lo scompenso cardiaco e anomalie del ritmo cardiaco (come la fibrillazione atriale) ma anche l’endocardite.

Quali sono le cause dell’insufficienza mitralica?

L’insufficienza può essere primitiva o secondaria. Nel primo caso sono presenti delle alterazioni anatomiche dell’apparato valvolare mitralico: alterazioni dei lembi valvolari provocati, ad esempio, da un’endocardite o dalla malattia reumatica, calcificazioni dell’anello mitralico, rottura traumatica di un muscolo papillare, allungamento o rottura delle corde tendinee con conseguente prolasso dei lembi valvolari. In quella secondaria la valvola è anatomicamente normale e il difetto di chiusura è generato da una grave compromissione della funzione contrattile del ventricolo sinistro (insufficienza cardiaca), che è spesso secondaria ad una cardiopatia ischemica.

Quali sono i sintomi dell’insufficienza mitralica?

I sintomi dell’insufficienza mitralica dipendono dalla gravità e dalla velocità di insorgenza e progressione; possono includere tosse (soprattutto di notte o da sdraiati), palpitazioni, fiato corto (soprattutto durante l’attività fisica o da sdraiati), facile faticabilità, gonfiore a piedi e caviglie.

Come prevenire l’insufficienza mitralica?

Al fine di ridurre al minimo il rischio di insufficienza mitralica è importante trattare in modo opportuno le condizioni che potrebbero scatenarla, come le infezioni alla gola passibili di scatenare la malattia reumatica (una sindrome autoimmune che può essere causata da infezioni streptococciche).

Diagnosi

In presenza di sintomi suggestivi di insufficienza mitralica il curante potrebbe prescrivere, dopo un’accurata visita che può svelare tipicamente la presenza di un soffio cardiaco, molteplici esami diagnostici:

ECG: registra l’attività elettrica del cuore. Può presentare molteplici alterazioni, in particolare segnali di dilatazione atriale sinistra, segni di ipertrofia e sovraccarico (“iperlavoro”) del ventricolo sinistro, aritmie come la fibrillazione atriale.

RX torace (radiografia del torace): possono essere presenti segnali di dilatazione dell’atrio e del ventricolo sinistro e di congestione polmonare.

Ecocardiogramma transtoracico: è un test di immagine che permette di visualizzare le strutture del cuore ed il funzionamento delle sue parti mobili. L’apparecchio invia un fascio di ultrasuoni al torace, tramite una sonda appoggiata sulla sua superficie, e rielabora gli ultrasuoni riflessi che ritornano alla stessa sonda dopo aver interagito in modo diverso con le varie componenti della struttura cardiaca (valvole, miocardio, cavità). Si tratta di un esame fondamentale che consente di valutare il meccanismo e l’entità dell’insufficienza mitralica nonchè le dimensioni dell’atrio e del ventricolo sinistro e la funzione contrattile di quest’ultimo, e la presenza di ipertensione polmonare. Le immagini in tempo reale possono essere raccolte anche tramite l’esecuzione di un test da sforzo (eco stress): l’effettuazione di un eco stress è indicata quando c’è discrepanza tra la gravità dei sintomi e l’entità dell’insufficienza mitralica a riposo.

Ecocardiogramma transesofageo: in tal caso la sonda viene introdotta dalla bocca e spinta in avanti finché giunge nell’esofago. Consente una visualizzazione migliore delle valvole e delle strutture paravalvolari. È consigliato qualora l’ecocardiogramma transtoracico non sia conclusivo e, in particolare, si sospetti un’endocardite.

Test da sforzo: l’esame consiste nella registrazione di un elettrocardiogramma mentre il soggetto compie un esercizio fisico, generalmente camminando su un tapis roulant o pedalando su una cyclette. Può essere svolto al fine di confermare l’assenza di sintomi in presenza di insufficienza mitralica grave e per valutare la tolleranza allo sforzo.

Coronarografia: è l’esame che permette di visualizzare le coronarie tramite l’iniezione di mezzo di contrasto radiopaco al loro interno. L’esame viene eseguito in un’apposita sala radiologica, nella quale sono rispettate tutte le misure di sterilità necessarie. L’iniezione del contrasto nelle coronarie presuppone il cateterismo selettivo di un’arteria e l’avanzamento di un catetere fino all’origine dei vasi esplorati. La coronarografia è indicata qualora si sospetti che l’insufficienza mitralica sia secondaria a una cardiopatia ischemica.

RM cuore con mdc: produce delle immagini dettagliate della struttura del cuore e dei vasi sanguigni mediante la registrazione di un segnale emesso dalle cellule sottoposte a un intenso campo magnetico. Consente di valutare la morfologia delle strutture del cuore, la funzione cardiaca ed eventuali alterazioni del movimento di parete (acinesie o ipocinesie). La somministrazione endovenosa di mezzo di contrasto permette altresì di distinguere se eventuali alterazioni del movimento di parete siano dovute a fibrosi (=assenza di vitalità miocardica) o a ischemia. Quest’indagine trova pertanto la sua applicazione elettiva nell’insufficienza mitralica secondaria a cardiopatia ischemica, come “guida” ad eventuali interventi di rivascolarizzazione miocardica.

Trattamenti

La terapia dipende dalla gravità del vizio valvolare, dai sintomi che lo accompagnano, dalla presenza o meno di segni di disfunzione ventricolare sinistra, e dal fatto che sia primitiva o secondaria.

Qualora sia primitiva e di entità lieve o moderata, ci si può limitare a dei periodici controlli clinici ed ecocardiografici.

In presenza di un’insufficienza mitralica cronica primitiva grave è indicato l’intervento chirurgico di riparazione (preferibilmente) o anche di sostituzione della valvola mitralica.

La terapia dell’insufficienza mitralica cronica secondaria consiste invece nel curare l’insufficienza cardiaca che ne è la causa:

  1. diuretici in caso di accumulo di liquidi;
  2. beta-bloccanti, ACE-inibitori/sartani, anti-aldosteronici, digossina;
  3. l’impianto di pacemaker (PM) biventricolari e/o defribrillatori automatici (ICD).

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

Insufficienza aortica

E’ la conseguenza di un difetto di chiusura della valvola aortica, la valvola cardiaca che gestisce il flusso del sangue dal ventricolo sinistro all’aorta. In questa situazione parte del sangue refluisce all’interno del ventricolo sinistro, impedendo un pompaggio efficiente verso il resto dell’organismo.

Che cos’è l’insufficienza aortica?

Quando la valvola aortica non si chiude correttamente, parte del sangue pompato dal ventricolo sinistro torna indietro. Il risultato è la comparsa di sintomi quali fiato ccorto ed affaticamento, ma possono esserci anche conseguenze più gravi, come l’endocardite o lo scompenso cardiaco. In generale, tuttavia, l’insufficienza aortica è ben tollerata ed i sintomi possono metterci anche dei decenni a manifestarsi. Se invece, come talora succede (per esempio in conseguenza di un’endocardite), compare all’improvviso un’insufficienza aortica grave, si hanno da subito sintomi da scompenso cardiaco.

Quali sono le cause dell’insufficienza aortica?

L’insufficienza aortica può essere provocata da qualsiasi problematica che danneggi la valvola aortica. Queste comprendono l’endocardite, la dilatazione dell’aorta ascendente, la malattia reumatica, le cardiopatie congenite, l’invecchiamento, la sindrome di Marfan, la spondilite anchilosante, la sifilide e traumi all’aorta.

Quali sono i sintomi dell’insufficienza aortica?

Nella maggior parte dei casi l’insufficienza aortica insorge in modo graduale. Sino a che il cuore riesce a compensare il vizio valvolare, questo rimane asintomatico, ma a lungo andare compaiono sintomi come fiato corto, debolezza e facile faticabilità durante l’esercizio o da sdraiati, fastidio e vero e proprio dolore al petto spesso esacerbati dall’attività fisica, aritmie, palpitazioni, svenimenti e gonfiore a piedi e caviglie.

Come prevenire l’insufficienza aortica?

Nella maggior parte dei casi l’insufficienza aortica non è prevenibile. Tuttavia, alcuni accorgimenti contribuiscono a ridurne il rischio.

Tenere sotto controllo la pressione arteriosa.

Curare in modo adeguato i mal di gola, al fine di ridurre il rischio di malattia reumatica (sindrome autoimmune che può essere scatenata da infezioni streptococciche).

Prendersi cura di denti e gengive. In tal modo si riduce il rischio di endocardite.

Diagnosi

Una diagnosi precoce consente di intervenire prima che l’insufficienza aortica si aggravi mettendo in serio pericolo la vita di chi ne soffre.

I primi sospetti possono insorgere quando si riscontri – in occasione di una visita medica – un soffio al cuore.

Gli esami che possono essere prescritti per verificare l’ipotesi diagnostica comprendono:

RX torace (radiografia del torace): mostra un ingrandimento dell’ombra cardiaca e spesso una dilatazione dell’aorta ascendente; con scompenso cardiaco sono anche presenti segni di congestione polmonare (accumulo di liquidi nei polmoni).

ECG: registra l’attività elettrica del cuore. Possono essere presenti segnali di ipertrofia e sovraccarico (“iperlavoro”) del ventricolo sinistro.

Ecocardiogramma transtoracico: è un test di immagine che visualizza le strutture cardiache e il funzionamento delle sue parti mobili. L’apparecchio invia un fascio di ultrasuoni al torace, tramite una sonda appoggiata sulla sua superficie, e rielabora gli ultrasuoni riflessi che ritornano alla stessa sonda dopo aver interagito in modo diverso con le varie componenti della struttura cardiaca (valvole, miocardio, cavità). È un esame fondamentale che cconsente di valutare il meccanismo e l’entità del rigurgito aortico nonché le dimensioni del ventricolo sinistro e la sua funzione contrattile.

Ecocardiogramma transesofageo: la sonda, in questo caso,  è introdotta dalla bocca e spinta in avanti finché giunge nell’esofago. Permette una visualizzazione migliore delle valvole e delle strutture paravalvolari. È indicato in particolar modo qualora si sospetti un’endocardite.

Test da sforzo: l’esame consiste nella registrazione di un elettrocardiogramma mentre il paziente compie un esercizio fisico, in genere camminando su un tapis roulant o pedalando su una cyclette. Può essere fatto al fine di confermare l’assenza di sintomi in presenza di insufficienza aortica grave e/o per valutare la risposta emodinamica all’esercizio.

Cateterismo cardiaco: metodica invasiva che si basa sull’introduzione di un piccolo tubo (catetere) in un vaso sanguigno; il catetere viene quindi spinto sino al cuore e consente di acquisire informazioni importanti sul flusso e sull’ossigenazione del sangue, e sulla pressione all’interno delle camere cardiache nonché delle vene e delle arterie polmonari. Si esegue di rado, di solito quando c’è una discrepanza tra la clinica (in particolare la gravità dei sintomi) e la gravità dell’insufficienza aortica alle indagini non invasive.

Trattamenti

La terapia dipende dalla gravità del vizio valvolare, dalla sintomatologia che lo accompagnano e dalla presenza o meno di segnali di disfunzione ventricolare sinistra.

Nei casi meno gravi non è necessaria alcuna terapia, l’unica cosa da fare è monitorare regolarmente la situazione tramite valutazione clinica ed ecocardiogramma in modo da poter intervenire in modo tempestivo in caso di peggioramenti significativi. Qualora però la pressione arteriosa sia alta, il medico prescriverà dei farmaci antipertensivi per ridurre la velocità di progressione dell’insufficienza aortica.

In presenza di insufficienza aortica grave con sintomi o segnali di disfunzione ventricolare sinistra, la soluzione migliore è l’intervento chirurgico, che può prevedere:

la riparazione o anche la sostituzione della valvola aortica

La prognosi, solitamente, è buona. Per tornare a una vita normale bastano pochi mesi.

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

Infarto del miocardio

Cos’è l’infarto del miocardio?

L’infarto è la necrosi di un organo o di un tessuto che non ricevono un adeguato apporto di sangue e ossigeno dalla circolazione arteriosa. Con il termine infarto miocardico si intende la necrosi di una parte del muscolo cardiaco in seguito all’ostruzione di una delle coronarie, arterie deputate alla sua irrorazione.

Come si manifesta?

L’infarto miocardico si può manifestare a riposo, durante uno sforzo fisico rilevante o quando lo sforzo è già terminato oppure dopo un’emozione intensa. Il suo esordio clinico è brusco e si caratterizza prevalentemente per sintomi tipici, che sono quindi facilmente identificabili nella maggior parte dei casi. E’ una malattia associata ad elevata mortalità qualora non venga adeguatamente trattata, che richiede l’attivazione del sistema di soccorso urgente sul territorio (118) e l’arrivo del paziente presso un presidio ospedaliero che sia dotato di tutte le potenzialità di trattamento della malattia, nel più breve tempo possibile. Le complicanze dell’infarto in fase acuta possono essere:

  1. Le aritmie, alcune delle quali potenzialmente fatali
  2. Lo shock, con grave prostrazione del soggetto, bassa pressione arteriosa, tachicardia ed estremità fredde e umide a causa della vasta estensione dell’area di necrosi
  3. L’edema polmonare acuto, con grave mancanza di respiro a riposo
  4. L’ischemia di altri organi, per la scarsa capacità del cuore di svolgere la propria azione di pompa vitale per la circolazione sanguigna.

Quali sono le cause dell’infarto del miocardio?

E’ prodotto dall’occlusione parziale o totale di un’arteria coronarica. Questo avviene per il formarsi di un coagulo (o trombo) su una delle lesioni aterosclerotiche che possono essere presenti sulla parete vascolare e che sono a stretto contatto con il lume interno. Ad oggi non è nota ne’ la causa dell’aterosclerosi ne’ della formazione improvvisa di un coagulo sulla placca coronarica: sono state formulate diverse ipotesi tra le quali l’infiammazione dei vasi di varia natura e l’infezione da parte di germi molto diffusi nei paesi occidentali.

In rari casi l’infarto è conseguenza di una malformazione coronarica (con restringimento del lume e formazione comunque di un trombo) o dello scollamento tra i foglietti della parete coronarica (dissezione) che conduce quello interno a sporgere nel lume, restringendolo in maniera rilevante e predisponendolo alla chiusura totale (anche in questo caso per trombo o per compressione meccanica). Negli ultimi anni sono state descritte forme di infarto cardiaco che si manifestano in assenza di malattia coronarica e con un interessamento prevalente dell’apice del cuore.

La sindrome di Takotsubo è un infarto miocardico dell’apice che esordisce dopo un intenso stress emotivo e che colpisce in prevalenza le donne. Si caratterizza per una fase iniziale in cui la porzione di muscolo cardiaco che non si contrae può essere moderatamente estesa ( coinvolgendo l’apice e i segmenti intermedi), con tendenziale buon recupero della contrattilità a distanza. Le coronarie sono indenni da occlusioni o da restringimenti. Il cuore, osservato all’ecocardiogramma, tende ad assumere un aspetto che ricorda il cestello usato dai pescatori giapponesi, da cui il nome della sindrome che è stato proposto dai ricercatori che per primi l’hanno descritta.

L’infarto resta anche oggi una malattia mortale. La mortalità è tanto maggiore quanto più tardivo è l’accesso del soggetto con infarto miocardico acuto ad un ospedale nel quale possa essere trattato in modo adeguato. E’ opportuno ricorrere al 118 in tutti i casi in cui si sospetti la presenza di un infarto cardiaco al fine di iniziare al più presto il monitoraggio del paziente, trattare in modo tempestivo le complicanze fatali che possono verificarsi nelle prime ore (aritmie gravi come la fibrillazione ventricolare) e cominciare a somministrare i primi medicinali efficaci sul coagulo o trombo coronarico.

Quali sono i sintomi?

La sintomatologia più frequente è il dolore al petto, la sudorazione fredda profusa, uno stato di malessere profondo, il vomito e la nausea. Il dolore, definito anche precordiale (prossimo alla sede intratoracica del cuore) o retrosternale (il soggetto lo attribuisce allo spazio toracico che sta dietro allo sterno) si può irradiare ai vasi del collo ed alla gola, alla mandibola (soprattutto ramo sinistro), alla porzione di colonna vertebrale che sta fra le due scapole, agli arti superiori (il sinistro e’ coinvolto più spesso del destro) e allo stomaco.

Spesso la dolorabilità al petto compare per dei brevi intervalli temporali e si risolve in modo spontaneo, prima di manifestarsi in modo più duraturo, con il corollario dei sintomi già descritto. Qualora il dolore al petto, spontaneo o da sforzo, si manifesti per una durata massima di 30 minuti si parla di angina pectoris: una condizione di ischemia del cuore che non giunge ad essere così prolungata da provocare necrosi. Ci sono individui che lamentano l’angina pectoris da ore o giorni a mesi o anni prima di un vero e proprio infarto.

L’infarto miocardico è un’esperienza soggettiva: non tutte i soggetti che ne sono colpiti descrivono la presenza degli stessi sintomi. Normalmente, un episodio acuto dura circa 30-40 minuti, ma l’intensità della sintomatologia stessi può variare notevolmente. In taluni casi il paziente riferisce di avvertire una sensazione di morte imminente, che lo conduce a chiamare il soccorso medico. Possono essere riportati anche mancanza di respiro in assenza di dolore toracico (soprattutto nei pazienti diabetici), svenimento con perdita di coscienza, stordimento e vertigini. Molte persone confondono l’infarto miocardico con l’arresto cardiaco. Sebbene l’infarto del miocardio possa provocare l’arresto cardiaco, non ne è l’unica causa ed un infarto miocardico non determina in modo necessario l’arresto cardiaco.

Quali sono i fattori di rischio?

I fattori di rischio per l’aterosclerosi e l’infarto si possono distinguere modificabili e non modificabili.

Fattori non modificabili:

  1. Familiarità: chi presenta nella propria storia familiare dei casi di malattia cardiovascolare acuta è maggiormente a rischio di infarto, soprattutto qualora la patologia cardiovascolare del congiunto si sia manifestata in età giovanile.
  2. Età: il rischio di infarto, come per quasi tutte le patologie cardiovascolari, aumenta con l’avanzamento dell’età.
  3. Sesso: l’aterosclerosi e l’infarto sono più comuni negli uomini rispetto alle donne, per le decadi dell’eta’ giovanile e matura. Dopo la menopausa femminile il rischio di aterosclerosi e infarto e’ invece analogo nei due sessi.

Fattori modificabili:

  1. Stile di vita: sedentarietà e fumo di tabacco sono tra i più importanti fattori di rischio cardiovascolare. Smettere di fumare e condurre una vita attiva, effettuando almeno 20-30 minuti di regolare attività fisica al giorno, è il metodo migliore per prevenire i problemi cardiovascolari e per tutelare la salute.
  2. Alimentazione: Una dieta troppo ricca di grassi e calorie contribuisce ad aumentare il livello di colesterolo e di altri grassi (lipidi) nel sangue, rendendo molto più probabili sia l’aterosclerosi che l’infarto. Un’alimentazione equilibrata e sana ha una grande valenza in termini di prevenzione delle malattie cardiovascolari.
  3. Ipertensione arteriosa: la “pressione alta” o ipertensione arteriosa può avere varie origini ed interessa una larga fetta della popolazione di età superiore ai 50 anni. E’ associata ad una aumentata probabilità di sviluppare l’aterosclerosi e le sue complicanze, come l’infarto cardiaco o cerebrale. Condiziona un aumento del lavoro cardiaco che si traduce, col passare del tempo, nel progressivo malfunzionamento del cuore e con la comparsa di scompenso cardiocircolatorio
  4. Diabete: l’eccesso di glucosio nel sangue danneggia le arterie e favorisce l’aterosclerosi, l’infarto miocardico e cerebrale e il danno di organi importanti come il rene, con la comparsa di insufficienza renale, a sua volta associata ad aumentato rischio cardiovascolare.
  5. Droghe: l’uso di droghe può aumentare notevolmente la possibilità di infarto miocardico ed abbassare l’età media in cui si manifesta.

Diagnosi

Di solito l’infarto viene diagnosticato a partire dai sintomi che sono riferiti dal paziente. Nel caso di sospetto infarto del miocardio, è possibile confermare l’ipotesi diagnostica tramite l’esecuzione di un elettrocardiogramma.

Attraverso gli esami del sangue, è possibile diagnosticare un infarto rilevando la presenza di alcune sostanze (gli enzimi cardiaci), che vengono rilasciate all’interno del sangue dalle cellule del muscolo cardiaco che sono andate incontro a morte e permangono in circolo sino ad un paio di settimane dopo l’evento.

È possibile verificare la diagnosi di infarto del miocardio e valutare i danni dallo stesso provocati a mezzo di un ecocardiogramma con Color Doppler. La malattia delle coronarie viene valutata tramite coronarografia con impiego del mezzo di contrasto. Dopo un infarto si può valutare in modo indiretto il grado di efficienza della circolazione coronarica e l’eventuale comparsa di ischemia mediante: Ecocardiogramma da sforzo o da stress farmacologico, Scintigrafia miocardica da sforzo o da stress farmacologico, Elettrocardiogramma da sforzo e Risonanza Magnetica da stress farmacologico.

Trattamenti

Il primo obiettivo del trattamento, all’esordio della malattia, è quello di promuovere la riapertura della coronaria che si è occlusa. In questa fase il tempo risparmiato tra l’arrivo del soggetto e la riapertura del vaso si traduce in un guadagno di muscolo cardiaco prima che venga danneggiato in modo irreversibile.

Il trattamento prevede di disostruire il lume della coronaria tramite l’introduzione di un catetere dotato di palloncino gonfiabile all’apice – capace di passare tramite il coagulo presente nel punto di massimo restringimento della coronaria stessa e di schiacciarne le componenti sulle pareti (angioplastica coronarica) – ed il posizionamento di una protesi a rete all’interno del vaso (stent) che contribuisce a mantenerlo aperto dopo la disostruzione.

In mancanza di angioplastica o della possibilità di raggiungere le coronarie con il catetere, vi sono anche dei medicinali che sono in grado di dissolvere il trombo dopo essere stati somministrati per via endovenosa (trombolitici) benchè questi non siano utilizzabili in tutti i soggetti, poichè associati alla possibilità di produrre emorragie anche gravi.

Altri farmaci, tra cui gli antiaggreganti, gli anticoagulanti, i betabloccanti, gli ACE inibitori e le statine, sono quasi sempre presenti nel corredo farmacologico del paziente colpito da infarto miocardico. Il loro impiego va valutato in base al profilo di rischio emorragico del soggetto, alla tolleranza individuale e alle controindicazioni che variano da individuo ad individuo.

In tutti quei casi in cui si sia rilevata una malattia coronarica grave o estesa e che non siano trattabili a mezzo di angioplastica coronarica e stent si può ricorrere all’intervento di bypass coronarico che consiste nel creare, in modo chirurgico, un canale di comunicazione fra l’aorta e la coronaria ristretta o ostruita a valle della lesione, tramite l’utilizzo di altre arterie (arteria mammaria interna) o vene (safena rimossa dagli arti inferiori). Normalmente, questo tipo di approccio non viene impiegato in emergenza a meno che non ve ne sia l’assoluta necessità.

Prevenire

La terapia prescritta al momento delle dimissioni prevede sempre l’aspirina spesso associata ad un altro antiaggregante, che andrà mantenuto per un tempo variabile da un mese ad un anno, l’ACE-inibitore, il betabloccante e la statina. Intolleranze individuali o la controindicazione assoluta ad uno di questi preparati potrebbe essere la causa della loro mancata prescrizione.

Questa terapia è spesso affiancata da altri preparati, secondo le caratteristiche individuali dei soggetti e le malattie associabili. Lo scopo della terapia e’ quello di rallentare la progressione dell’aterosclerosi e di prevenire un secondo episodio infartuale, le sue temibili complicanze (come la morte o l’ictus) e ridurne l’evoluzione verso un malfunzionamento del cuore e della circolazione (scompenso).

Ancora una volta, un’adeguata modificazione dello stile di vita può contribuire enormemente alla prevenzione. Si raccomanda quindi di:

Praticare attività fisica in modo regolare, con intensità variabile a seconda di età e condizioni generali di salute. È importante, a questo proposito, discutere col proprio medico in merito ad un programma di allenamento adatto alle proprie caratteristiche.

Evitare cibi grassi, eccessivamente conditi o fritti. Non eccedere con bevande alcoliche (un bicchiere di vino al pasto al giorno) e dolci. Privilegiare i grassi vegetali ed i pasti a base di fibre, verdure, carni magre e pesce.

Ridurre il proprio peso corporeo sino a raggiungere un valore nella norma per età e sesso. La valutazione del peso corporeo viene fatta non solo in assoluto ma soprattutto come indice di massa corporea o BMI, che consiste in un’unità di volume nella quale si tiene conto di peso e altezza ed i cui valori normali sono stati condivisi dalla comunità scientifica internazionale.

Smettere di fumare, facendosi aiutare, se del caso, anche da centri specializzati ad assistere pazienti che non sono in grado di sostenere questa decisione da soli.

Limitare, per quanto possibile, le situazioni che possono essere fonte di stress, specialmente qualora queste tendano a protrarsi nel tempo.

Quali tecniche si usano per la riabilitazione?

Dopo un infarto miocardico può essere cconsigliabile un periodo di riabilitazione cardiologica. La stessa può essere fatta in regime di degenza o ambulatorialmente, in base alla gravità dell’infarto stesso, alla capacità di recuperare la propria attività fisica da parte del paziente e di eventuali malattie extracardiache associate.

Le principali finalità della riabilitazione sono quelle di una graduale ripresa della capacità di esercizio a livello individuale, di un assestamento della terapia che si avvicini il più possibile a quanto sarà assunto dal soggetto nella vita extra-ospedaliera e, infine, di modificazione dello stile di vita.

Per le diverse modalità di esecuzione della riabilitazione ed i relativi programmi, si rimanda alla sezione specifica.

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

Fibrillazione ventricolare (FV)

Si tratta di un’aritmia caratterizzata da un ritmo cardiaco caotico e disorganizzato che origina dai ventricoli. La disorganizzazione e la rapidità dell’impulso elettrico rendono il cuore incapace di espellere il sangue all’interno del circolo arterioso, provocando un arresto cardiocircolatorio.

Di cosa si tratta e quali sono le cause?

La fibrillazione ventricolare è un ritmo cardiaco caotico e disorganizzato che trae la propria origine dai ventricoli. La rapidità unita alla disorganizzazione dell’impulso elettrico rendono le contrazioni miocardiche inefficaci dal punto di vista emodinamico (il cuore non è in grado di espellere il sangue all’interno del circolo arterioso), provocando pertanto il quadro di arresto cardiocircolatorio: la pressione arteriosa crolla a zero ed il soggetto perde coscienza. Questa aritmia, qualora non venga prontamente trattata con manovre rianimatorie e defibrillazione esterna, può portare al decesso in tempi molto rapidi.

La fibrillazione ventricolare può avere diverse cause. Quella più frequente è l’ischemia miocardica acuta (infarto del miocardio): in una piccola percentuale di casi può essere l’esordio dell’infarto miocardico. Secondariamente, la fibrillazione ventricolare può insorgere in individui affetti da cardiopatie strutturali predisposte alle aritmie ventricolari (come la cardiomiopatia dilatativa o quella ipertrofica, la displasia aritmogena del ventricolo destro e la non compattazione ventricolare).

In alcuni casi può interessare soggetti con cuore strutturalmente normale ma affetti da malattie aritmogene ereditarie (come la sindrome di Brugada o del QT lungo e tachicardia ventricolare polimorfa catecolaminergica); qualora la fibrillazione ventricolare non riconosca una precisa causa scatenante si parla di fibrillazione ventricolare idiopatica.

Diagnosi

La fibrillazione ventricolare, qualora non venga trattata, conduce alla morte nel giro di pochissimi minuti. Quindi la diagnosi è possibile solo nei confronti dei pochi soggetti che presentino l’aritmia in ospedale e siano monitorizzati, oppure nei rari casi in cui il paziente è rianimato in ambiente extraospedaliero e viene eseguito ecg o monitor del defibrillatore.

Trattamenti

A meno che la causa della fibrillazione ventricolare non sia ben riconoscibile e quindi eliminabile con certezza (per esempio con l’ablazione transcatetere in caso di degenerazione di tachicardie ventricolari monomorfe recidivanti, o con la riperfusione miocardica in caso di infarto), i sopravvissuti dovranno sottoporsi ad impianto di defibrillatore cardiaco in prevenzione secondaria

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

Fibrillazione atriale (FA)

Si tratta dell’aritmia più diffusa nella popolazione mondiale e la sua prevalenza tende a crescere con l’aumentare dell’età. Pur non essendo di per sé pericolosa per la vita, può esporre a delle complicanze che – in alcuni casi – possono rivelarsi molto invalidanti.

Le tre tipologie di fibrillazione (le tre P-> Parossistica, Persistente, Permanente)

La fibrillazione atriale è un’aritmia sopraventricolare che viene innescata da impulsi elettrici provenienti da cellule muscolari miocardiche presenti al livello della giunzione tra le quattro vene polmonari e l’atrio sinistro.

Nella fibrillazione atriale l’attività elettrica degli atri è completamente disorganizzata e non corrisponde ad un’efficace attività meccanica. Le onde di depolarizzazione atriale (dette onde f) sono di piccola ampiezza e hanno una frequenza elevatissima (400-600 impulsi al minuto). In queste condizioni il nodo atrioventricolare (NAV) riceve dall’atrio molti più impulsi di quanti sia in grado di condurne, esercitando pertanto una funzione di filtro che trasmette ai ventricoli un numero di battiti non eccessivamente elevati: numerosi impulsi penetrano, difatti, solo parzialmente nel NAV per bloccarsi al suo interno. Questa variabilità della conduzione atrioventricolare fa in modo che i ventricoli si contraggano con irregolarità. Gli aspetti elettrocardiograficamente salienti della fibrillazione atriale saranno pertanto la presenza di onde f e l’irregolarità dei battiti.

Dal punto di vista clinico la fibrillazione atriale si suddivide – in base al modo di presentazione – in:

Parossistica: quando gli episodi si presentano e si risolvono in modo spontaneo in un tempo inferiore ad una settimana.

Persistente: quando l’episodio aritmico non si interrompe spontaneamente ma solamente in seguito a interventi terapeutici esterni.

Permanente: quando non siano ritenuti opportuni dei tentativi di cardioversione o gli interventi terapeutici si siano dimostrati inefficaci.

Chi colpisce e come si manifesta?

La fibrillazione atriale colpisce lo 0,5 -1% della popolazione con una prevalenza che aumenta con l’età (0,1% sotto i 55 anni, 8-10% oltre gli 80). La maggior parte dei soggetti affetti ha quindi più di 65 anni; gli uomini sono solitamente più colpiti rispetto alle donne.

In taluni casi si presenta in assenza di apparenti condizioni favorenti, ossia in assenza di una cardiopatia strutturale o di condizioni sistemiche (come l’ipertiroidismo) che la possano determinare. Si parla pertanto di fibrillazione isolata e rappresenta di solito meno del 30% dei casi. Vi sono anche condizioni che possono favorire la fibrillazione atriale: ipertensione arteriosa (presente in circa il 50% dei casi), diabete mellito, patologie delle valvole cardiache, insufficienza cardiaca, esiti di chirurgia cardiaca.

La fibrillazione atriale è spesso associata a dei sintomi; i più frequenti sono: dispnea, palpitazioni, debolezza o affaticabilità, raramente sincope, dolore toracico. In taluni casi è asintomatica o se sono presenti sintomi non vengono riconosciuti dal soggetto affetto, che si limita solo ad adeguare il proprio stile di vita. Un esempio è la riduzione della tolleranza allo sforzo.

Oltre ai sintomi, talvolta invalidanti, la fibrillazione atriale mette anche a  rischio di eventi trombotici, poiché l’immobilità meccanica degli atrii favorisce la formazione di coaguli che possono successivamente migrare nel circolo cerebrale e provocare ischemie e ictus cerebrale.

Nelle persone interessate da fibrillazione atriale la mortalità cardiovascolare è aumentata e la qualità della vita è ridotta. Inoltre la persistenza della fibrillazione atriale determina un rimodernamento degli atrii, che assumono caratteristiche anatomiche, elettriche e strutturali (dilatazione, fibrosi) tali da favorire il perpetuarsi dell’aritmia.

Diagnostica

Gli strumenti diagnostici sono i seguenti:

  1. elettrocardiogramma,
  2. Holter ECG 24 ore,
  3. che integrano una visita aritmologica.

In alcuni casi, qualora non siano sufficienti esami semplici come quelli suddetti, si possono eseguire delle indagini più approfondite quali ad esempio lo studio elettrofisiologico endocavitario.

Trattamenti

Nel percorso terapeutico va valutata la modalità di presentazione (parossistica, persistente, permanente), la presenza di una cardiopatia strutturale o di altre condizioni favorenti.

È altresì indispensabile riconoscere il momento di insorgenza e la presenza di una grave condizione di instabilità secondaria alla fibrillazione atriale.

A seguito di queste valutazioni si deciderà riguardo ad un tentativo di ripristino del ritmo sinusale.

Di solito al primo episodio si procede a cardioversione, indipendentemente dai sintomi. Se l’episodio ha un’insorgenza databile a meno di 24-48 ore è possibile la cardioversione (elettrica o farmacologica).

In presenza di instabilità emodinamica provocata dalla fibrillazione si opta di solito per una cardioversione elettrica immediata. La cardioversione elettrica è una procedura che è in grado di interrompere l’aritmia con una sorta di “reset” del battito.

Qualora l’insorgenza non sia recente o non sia databile e l’aritmia sia ben tollerata, di solito si rimanda la cardioversione (generalmente elettrica) dopo un periodo di terapia anticoagulante della durata di almeno 3-4 settimane. Sulla base di eventuali recidive o in presenza di cardiopatia si può intraprendere una profilassi farmacologica antiaritmica.

Nei casi di inefficacia della cardioversione – in base ai sintomi, all’età e al contesto clinico generale – si può valutare l’eventuale passaggio a metodiche terapeutiche invasive (ablazione transcatetere/chirurgica).

La procedura di ablazione transcatetere della fibrillazione atriale è complessa in quanto richiede il passaggio del catetere ablatore dalle sezioni destre del cuore (cui si arriva per via venosa) a quelle di sinistra. Tale accesso si ottiene tramite una puntura della membrana del setto interatriale con un ago dedicato. Raggiunto quindi l’atrio sinistro si procede all’isolamento elettrico delle quattro vene polmonari, con abolizione dei punti responsabili dell’innesco della fibrillazione atriale.

Prevenzione

La fibrillazione atriale è talvolta secondaria all’ipertensione arteriosa o ad altre cardiopatie, quali ad esempio scompenso cardiaco o cardiopatia ischemica. È pertanto necessario, per quanto possibile, eseguire dei controlli regolari del profilo pressorio e, quando presenti, impostare un corretto iter terapeutico delle cardiopatie, affidandosi al medico cardiologo competente, allo scopo di prevenire le ricorrenze dell’aritmia.

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

Febbre reumatica

Conosciuta anche come “malattia articolare acuta” o “reumatismo articolare acuto”, la febbre reumatica è una patologia innescata da un’infezione batterica alla gola imputabile ad uno specifico tipo di Streptococco, quello b. La malattia non è la diretta conseguenza dell’infezione streptococcica, ma della particolare sensibilità a questa infezione da parte di alcune persone: le infezioni da streptococco alla gola sono difatti molto frequenti, ma solamente una piccola parte degli individui che ne risulta colpita sviluppa la febbre reumatica. La diffusione dell’impiego degli antibiotici contro lo Streptococco ha drasticamente abbassato l’incidenza di questa patologia.

Che cos’è la febbre reumatica?

Come si può intuire dal nome, la patologia si caratterizza per febbre ed artrite transitoria (dolore e gonfiore delle articolazioni) e nei casi più gravi può esserci un interessamento cardiaco (“cardite reumatica”), oppure l’insorgere di sintomi neurologici tra cui il più caratteristico è la cd corea (malattia che porta a compiere movimenti involontari). La febbre reumatica colpisce soprattutto bambini e ragazzi tra i 5 e i 15 anni, senza distinzione tra maschi e femmine. Nei paesi sviluppati la diffusione degli antibiotici ne ha drasticamente ridotto l’incidenza (1 caso su 100.000 persone), mentre nei paesi in via di sviluppo rimane tuttora diffusa (fino a 100 casi ogni 100.000 persone) e una delle principali cause di malattie cardiache tra i giovani.

Quali sono le cause della febbre reumatica?

La causa alla sua base è la risposta anomala del sistema immunitario a una faringotonsillite provocata da Streptococco beta-emolitico di gruppo A. In soggetti predisposti, infezioni ripetute alla gola generate da questo batterio portano ad una risposta anomala del sistema immunitario, che per errore produce degli anticorpi diretti anche contro tessuti sani del nostro organismo, come le valvole cardiache e le strutture articolari.

Quali sono i sintomi della febbre reumatica?

La malattia è caratterizzata da:

  1. febbre;
  2. in pochi casi insorgono, in modo modesto e transitorio, delle manifestazioni a carico della pelle (eritema e noduli sottocutanei);
  3. possono anche comparire dei sintomi generali quali stanchezza, dolori a livello addominale e perdita di appetito;
  4. artrite (dolore e gonfiore delle articolazioni), in genere delle grosse articolazioni (come, ad esempio, ginocchio e caviglia) e che tende a spostarsi da una articolazione all’altra;
  5. nei casi più gravi può esserci un’infiammazione a carico del cuore (cardite);
  6. in alcuni pazienti può anche insorgere la corea, che è un disordinato movimento del corpo dovuto all’infiammazione di aree cerebrali deputate alla coordinazione dei movimenti.

Come si può prevenire la febbre reumatica?

La prevenzione della febbre reumatica può essere eseguita tramite una diagnosi precoce dell’infezione faringotonsillare da Streptococco beta-emolitico del gruppo A e un tempestivo impiego di una terapia antibiotica mirata.

Diagnosi

Atteso che non esistono degli esami specifici per avere una diagnosi di febbre reumatica, è di fondamentale importanza prestare la dovuta attenzione ad ogni sintomo e a tutti i dati di cui si dispone. In caso di sospetto di febbre reumatica, si possono eseguire esami del sangue tesi a rilevare un quadro d’infiammazione, cioè la VES (velocità di eritrosedimentzione) e la PCR (proteina C reattiva). È importante poi dimostrare che il paziente abbia avuto una precedente infezione streptococcica tramite:

precedente infezione da scarlattina;

aumento del dosaggio del TAS (titolo antistreptolisinico), che indica la quantità di anticorpo che viene prodotto dall’organismo verso una proteina dello Streptococco, la streptolisina O: il superamento di un certo valore indica l’avvenuto contatto con lo Streptococco beta emolitico di gruppo A;

positività del tampone faringeo per Streptococco beta-emolitico di gruppo A;

Inoltre, lo studio dell’attività elettrica del cuore e delle strutture cardiache tramite elettrocardiogramma ed ecocardiogramma può essere utile al fine di verificare lo stato di salute del cuore e delle valvole cardiache nel caso si sospetti l’insorgere della cardite reumatica.

Trattamento

In caso di febbre reumatica sarà necessario effettuare la cura dell’infezione da Streptococco beta-emolitico di gruppo A, che solitamente causa faringotonsilliti recidivanti. Questa può essere eseguito mediante terapia antibiotica con penicillina. In caso di febbre reumatica con artrite può essere utile l’assunzione di salicilati (aspirina) o di medicinali antinfiammatori non steroidei. In caso di presenza di cardite si raccomanda l’assunzione di cortisone per bocca e si suggerisce una valutazione cardiologica allo scopo di valutare la gravità del coinvolgimento valvolare.

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

Endocardite infettiva

Si tratta di un’infiammazione del rivestimento interno del cuore (endocardio). Solitamente si instaura in seguito a un’infezione – solitamente batterica – ma può essere anche di natura non infettiva, ad esempio di origine reumatica. Qualora non venga curata, l’endocardite può danneggiare gravemente i tessuti del cuore e le valvole cardiache.

Che cos’è l’endocardite infettiva?

E’ un processo infiammatorio che interessa l’endocardio, il sottile rivestimento delle pareti interne delle cavità cardiache. L’infiammazione può interessare le pareti dei ventricoli e degli atri (e in questo caso si parla di endocardite parietale) oppure, molto più frequentemente le valvole (per cui si parla di endocardite valvolare).

L’endocardite può provocare delle alterazioni permanenti delle strutture valvolari, generandone il restringimento (stenosi) o l’incontinenza (insufficienza) o anche entrambe. È più frequente in individui che hanno un difetto congenito e può colpire anche protesi (come valvole cardiache artificiali), in particolar modo nel primo anno dopo l’impianto.

Quali sono le cause dell’endocardite infettiva?

L’endocardite può avere diverse cause. Quella reumatica è dovuta al processo infiammatorio generato dalla malattia reumatica (una sindrome autoimmune che può essere scatenata da infezioni streptococciche). Questo comporta la formazione di noduli che interessano in particolar modo la valvola mitrale e aortica.

Quella infettiva si verifica invece quando dei microrganismi che provengono da altre parti del corpo – come bocca, tonsille, intestino, pelle, vie urinarie – penetrano all’interno del torrente ematico e raggiungono il cuore. Più di frequente è provocata da batteri (si parla di endocardite batterica) che, in presenza di deficit del sistema immunitario o di difetti congeniti, possono insediarsi nell’endocardio e generare delle lesioni che vengono chiamate “vegetazioni”, escrescenze formate da materiale fibrinoso all’interno del quale si annidano i batteri. Dalle vegetazioni possono staccarsi dei frammenti che, attraverso il torrente ematico raggiungono altri distretti, disseminando l’infezione.

Altri possibili fattori di rischio per l’endocardite infettiva sono le parodontopatie, i cateteri vascolari infetti, le malattie a trasmissione sessuale, l’uso di siringhe non sterili e infette, tatuaggi e piercing praticati con attrezzature non sterili.

Quali sono i sintomi dell’endocardite infettiva?

Questa patologia può avere un decorso lento oppure un esordio acuto. I sintomi variano in base alle cause ed alle forme.

L’alterazione della funzionalità delle valvole cardiache può determinare:

  1. soffi cardiaci, dovuti alle alterazioni del flusso sanguigno
  2. disturbi del ritmo

Nelle endocarditi batteriche i sintomi sono più evidenti e a rapida evoluzione; ciò è dovuto al danneggiamento delle valvole cardiache con possibile ulcerazione e perforazione. Essi includono:

  1. Febbre
  2. Brividi
  3. Pallore
  4. Tosse persistente
  5. Gonfiore a piedi, gambe e addome (edema)
  6. Perdita di peso
  7. Sangue nelle urine
  8. Stanchezza
  9. Mal di testa
  10. Dolore alle articolazioni e ai muscoli
  11. Sudorazione notturna
  12. Mancanza di respiro
  13. Dolorabilità e ingrossamento della milza (splenomegalia)
  14. Noduli di Osler, piccoli rilievi dolenti, di colore rosso, sulla punta delle dita delle mani o dei piedi.

Macchie di colore violastro o rosso (petecchie) sulla pelle, negli occhi o dentro la bocca.

Come prevenire l’endocardite infettiva?

Per i soggetti a rischio (portatori di protesi valvolari, con cardiopatie congenite o endocardite pregressa) – prima di effettuare delle manovre odontoiatriche che richiedono la manipolazione del tessuto gengivale o che prevedono la perforazione della mucosa orale – è indicata la profilassi antibiotica, che rappresenta uno scudo contro l’infezione.

I soggetti a rischio dovrebbero porre particolare attenzione all’igiene orale, utilizzando regolarmente spazzolini, filo interdentale e collutori.

Andrebbero inoltre evitati piercing e tatuaggi o, nel caso, bisognerebbe affidarsi ad operatori che rispettano delle rigide misure igieniche (attrezzature e ambienti sterili). In presenza di una ferita o di una infezione della pelle sarà indispensabile consultare il medico al fine di concordare un’eventuale terapia antibiotica.

È anche consigliabile sottoporsi ad una vaccinazione antinfluenzale, al fine di evitare delle possibili complicazioni dell’influenza, che possono favorire lo sviluppo di un’endocardite infettiva.

Diagnosi

Il medico può sospettare un’endocardite in seguito al riscontro – in ambito di auscultazione cardiaca – di un soffio di nuova comparsa. Il soffio cardiaco è un rumore provocato dalla turbolenza del flusso sanguigno conseguente alle alterazioni strutturali delle valvole. Successivamente, il medico può approfondire le indagini con altri strumenti:

Esami del sangue, allo scopo di ricercare dei batteri tramite l’esame colturale del sangue (emocoltura) o per l’evidenziazione di un aumento degli indici infiammatori (tipicamente velocità di eritrosedimentazione, VES, e proteina C reattiva, PCR) o di uno stato di anemia (riduzione dei valori di emoglobina), alterazioni che sono generalmente presenti in caso di endocardite.

Ecocardiogramma transtoracico: è un test di immagine che visualizza le strutture cardiache e il funzionamento delle sue parti mobili. L’apparecchio – attraverso una sonda appoggiata sulla sua superficie – invia un fascio di ultrasuoni al torace e rielabora quindi gli ultrasuoni riflessi che tornano alla stessa sonda dopo aver interagito in modo diverso con le varie componenti della struttura cardiaca (valvole, miocardio, cavità). È un esame di fondamentale importanza poiché consente di individuare la presenza di vegetazioni e l’eventuale malfunzionamento delle valvole cardiache.

Ecocardiogramma transesofageo: in questo caso la sonda viene introdotta dalla bocca e spinta in avanti finché giunge nell’esofago. Consente una visualizzazione migliore delle valvole e delle strutture paravalvolari.

Elettrocardiogramma: registra l’attività elettrica del cuore e permette di individuare, tra le altre cose, disturbi del ritmo cardiaco.

Radiografia del torace (RX torace): fornisce diverse informazioni, tra cui se il cuore è ingrossato, segno indicativo di insufficienza cardiaca, o se l’infezione si è estesa a livello polmonare.

Risonanza magnetica cardiaca (RM) con mezzo di contrasto: produce delle immagini dettagliate tramite la registrazione di un segnale emesso dalle cellule sottoposte ad un intenso campo magnetico. Permette di visualizzare con grande accuratezza il cuore e le strutture limitrofe e fornisce informazioni preziose circa la terapia da adottare.

Trattamenti

L’endocardite batterica si cura con una precisa e mirata terapia antibiotica. Il trattamento dura diverse settimane.

Qualora l’endocardite abbia provocato danni alle valvole cardiache, può essere necessario intervenire chirurgicamente al fine di “riparare” i danni provocati dall’infezione oppure, quando ciò non è possibile, per sostituire la valvola.

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

Cardiopatia ischemica

Include tutte quelle condizioni in cui si verifica un insufficiente apporto di ossigeno e di sangue al muscolo cardiaco. La causa più frequente è l’aterosclerosi, che si caratterizza per la presenza di placche ad elevato contenuto di colesterolo (ateromi) nelle arterie coronarie, capaci di ostruire o ridurre il flusso sanguigno. La cardiopatia ischemica presenta delle manifestazioni cliniche differenti quali l’angina pectoris stabile e instabile nonchè l’infarto del miocardio.

Che cos’è la cardiopatia ischemica?

L’attività del cuore si caratterizza per un equilibrio tra il fabbisogno di ossigeno del muscolo cardiaco e il flusso di sangue. Il cuore, difatti, è un organo che impiega grandi quantità di ossigeno per il proprio metabolismo. In presenza di patologie o condizioni che alterano questo equilibrio, si può generare una riduzione acuta o cronica – permanente o transitoria – dell’apporto di ossigeno (ipossia o anossia) e degli altri nutrienti, che può a sua volta provocare dei danni al muscolo cardiaco, riducendone la funzionalità (insufficienza cardiaca). L’ostruzione improvvisa delle coronarie può causare l’infarto miocardico con un elevato rischio di arresto circolatorio e decesso. Va ricordato che la patologia aterosclerotica e la cardiopatia ischemica sono le principali cause di morte nel mondo occidentale.

Quali sono le cause della cardiopatia ischemica?

Si distinguono cause di cardiopatia ischemica e fattori predisponenti, meglio conosciuti come fattori di rischio cardiovascolare.

Le cause più frequenti di cardiopatia ischemica sono le seguenti:

  1. L’aterosclerosi; malattia che coinvolge le pareti dei vasi sanguigni tramite la formazione di placche a contenuto fibroso o lipidico, che evolvono verso la progressiva riduzione del lume o verso l’ulcerazione e la brusca formazione di un coagulo sovrastante il punto di lesione. L’aterosclerosi delle arterie coronarie è la causa più comune di angina e infarto miocardico.
  2. Spasmi coronarici; una condizione relativamente poco frequente che genera una contrazione (spasmo) improvvisa e temporanea dei muscoli della parete dell’arteria, con riduzione o ostruzione del flusso sanguigno.

I fattori di rischio cardiovascolare sono:

  1. Ipercolesterolemia o aumento del livello di colesterolo nel sangue, che innalza proporzionalmente il rischio di aterosclerosi.
  2. Diabete che – unitamente a ipertensione e ipercolesterolemia – compone la sindrome metabolica, un quadro ad alto rischio di ischemia cardiaca.
  3. Ipertensione arteriosa: la “pressione alta” o ipertensione arteriosa può avere varie cause e interessa una larga fetta della popolazione con età superiore ai 50 anni. Si collega ad una aumentata probabilità di sviluppare l’aterosclerosi e le sue complicanze.
  4. Obesità
  5. Fumo
  6. Predisposizione genetica
  7. Stress
  8. Vita sedentaria

 

Quali sono i sintomi della cardiopatia ischemica?

Dolore toracico (angina pectoris o dolore anginoso), accompagnati da pressione e dolore al petto, che può irradiarsi alla mascella e al collo. Può manifestarsi anche al braccio sinistro oppure alla bocca dello stomaco, confondendosi talvolta con la sintomatologia analoga ad una banale pesantezza addominale.

Sudorazione

Nausea e vomito

Mancanza di respiro

Svenimento

Come prevenire la cardiopatia ischemica?

La prevenzione è l’arma più importante contro questa patologia. Si basa su uno stile di vita salutare, lo stesso che deve essere seguito da coloro che siano stati colpiti da problemi cardiaci. Innanzitutto è necessario evitare il fumo e seguire una dieta povera di grassi e ricca di frutta, verdura e cereali integrali. Bisognerebbe limitare o minimizzare le occasioni di stress psicofisico e privilegiare una regolare attività fisica aerobica. Vanno poi corretti, ove possibile, tutti i fattori di rischio cardiovascolare.

Diagnosi

La diagnosi richiede degli esami strumentali che includono:

Elettrocardiogramma (ECG): registra l’attività elettrica del cuore e permette di individuare la presenza di anomalie suggestive per ischemia miocardica. L’Holter è il monitoraggio prolungato nel corso di 24 ore dell’ECG: nel caso di sospetta angina consente di registrare l’elettrocardiogramma nella vita di tutti i giorni e soprattutto nell’ambito di quei contesti in cui il paziente riferisce di avere la sintomatologia.

Il test da sforzo: consiste nella registrazione di un elettrocardiogramma mentre il soggetto compie un esercizio fisico, generalmente camminando su un tapis roulant o pedalando su una cyclette. Il test viene condotto secondo degli specifici protocolli, tesi a valutare al meglio la riserva funzionale del circolo coronarico. Viene interrotto alla comparsa di sintomi, alterazioni ECG o pressione elevata o una volta raggiunta l’attività massimale, in assenza di segnali e sintomi indicativi di ischemia.

Risonanza Magnetica Nucleare (RMN): produce delle immagini dettagliate della struttura del cuore e dei vasi sanguigni mediante la registrazione di un segnale emesso dalle cellule che sono sottoposte ad un intenso campo magnetico. Permette di valutare la morfologia delle strutture del cuore, la funzione cardiaca ed eventuali alterazioni del movimento di parete secondarie ad ischemia indotta farmacologicamente (RMN cardiaca da stress).

Scintigrafia miocardica: è una metodica impiegata per valutare l’ischemia da sforzo in soggetti il cui solo elettrocardiogramma non sarebbe interpretabile in modo adeguato. Anche in questo caso il paziente può effettuare l’esame con cyclette o tapis roulant. Al monitoraggio elettrocardiografico viene affiancata la somministrazione per via endovenosa di un tracciante radioattivo che si localizza nel tessuto cardiaco qualora l’afflusso di sangue al cuore sia regolare. Il tracciante radioattivo emana uno specifico segnale che può essere rilevato da un’apposita apparecchiatura, la Gamma-camera. Somministrando il radiotracciante sia in condizioni di riposo che all’apice dell’attività si valuta l’eventuale comparsa di mancanza di segnale in quest’ultima condizione, segno che l’individuo manifesta un’ischemia da sforzo. L’esame permette non solo di diagnosticare la presenza di ischemia ma anche di fornire un’informazione più accurata circa la sua sede e l’estensione. Lo stesso esame può essere eseguito producendo l’ipotetica ischemia con un medicinale ad hoc e non con l’esercizio fisico vero e proprio.

Ecocardiogramma: è un test di immagine che visualizza le strutture del cuore ed il funzionamento delle sue parti mobili. L’apparecchio dispensa un fascio di ultrasuoni al torace, tramite una sonda appoggiata sulla sua superficie, e rielabora gli ultrasuoni riflessi che ritornano alla stessa sonda dopo aver interagito in modi diversi con le varie componenti della struttura cardiaca (valvole, miocardio, cavità). Le immagini in tempo reale possono essere raccolte anche nel corso dell’esecuzione di un test da sforzo, fornendo in quel caso delle informazioni preziose sulla capacità del cuore di contrarsi in modo corretto nel corso di attività fisica. Analogamente alla scintigrafia, anche l’ecocardiogramma può essere registrato dopo aver somministrato al paziente un medicinale che può scatenare un’eventuale ischemia (ECO-stress), consentendone la diagnosi e la valutazione di estensione e sede.

Coronografia o angiografia coronarica: è l’esame che permette di visualizzare le coronarie tramite l’iniezione di mezzo di contrasto radiopaco al loro interno. L’esame viene eseguito in un’apposita sala radiologica, nella quale si rispettano tutte le misure di sterilità necessarie. L’iniezione del contrasto nelle coronarie presuppone il cateterismo selettivo di un’arteria e l’avanzamento di un catetere sino all’origine dei vasi esplorati.

TAC cuore o tomografia computerizzata (TC): è un esame diagnostico per immagini al fine di valutare la presenza di calcificazioni dovute a placche aterosclerotiche nei vasi coronarici, indicatore indiretto di un rischio elevato di patologia coronarica maggiore. Con gli apparecchi attuali – somministrando anche mezzo di contrasto per via endovenosa – e’ possibile ricostruire il lume coronarico ed ottenere informazioni su eventuali restringimenti critici.

Trattamenti

Il suo trattamento è finalizzato a ripristinare il flusso di sangue diretto al muscolo cardiaco. Ciò si può ottenere con dei medicinali specifici oppure con un intervento di rivascolarizzazione coronarica.

Il trattamento farmacologico deve essere proposto dal cardiologo in collaborazione con il medico curante e può prevedere, in base al profilo di rischio del paziente o alla gravità dei segni clinici:

Beta-bloccanti: rallentano il battito ed abbassano la pressione sanguigna, contribuendo in tal modo ad abbassare il lavoro del cuore e quindi anche del suo fabbisogno di ossigeno.

Nitrati (nitroglicerina): è una categoria di medicinali adoperata per favorire la vasodilatazione delle coronarie, consentendo quindi un aumento del flusso di sangue verso il cuore.

Aspirina: ricerche scientifiche hanno appurato che l’aspirina riduce la probabilità di infarto. L’azione antiaggregante di questo medicinale previene difatti la formazione di trombi. La stessa azione viene svolta anche da altri farmaci antipiastrinici (clopidogrel, ticlopidina, prasugrel e ticagrelor), che possono essere somministrati in alternativa o in associazione all’aspirina stessa, secondo le diverse condizioni mediche.

Statine: medicinali che controllano il colesterolo, limitandone la produzione e l’accumulo sulle pareti delle arterie e rallentando lo sviluppo o la progressione dell’aterosclerosi.

Calcio-antagonisti: hanno un’azione di vasodilazione sulle coronarie che permette di aumentare il flusso di sangue verso il cuore.

In presenza di alcune forme di cardiopatia ischemica può rendersi necessaria la soluzione interventistica, che include al suo interno diverse opzioni:

Angioplastica coronarica percutanea, un intervento che prevede l’inserimento nel lume della coronaria – in corso di angiografia – di un piccolo pallone solitamente associato ad una struttura metallica a maglie (stent), che viene gonfiato ed espanso in corrispondenza del restringimento dell’arteria. Questa procedura migliora il flusso di sangue a valle, riducendo o anche eliminando i sintomi e l’ischemia.

Bypass coronarico, un intervento chirurgico che prevede il confezionamento di condotti vascolari (di origine arteriosa o venosa) in grado di “bypassare” il punto di restringimento delle coronarie, facendo quindi comunicare in modo diretto la porzione a monte con quella a valle della stenosi. L’intervento viene eseguito tramite diverse tecniche operatorie, con il paziente in anestesia generale e in molte circostanze con il supporto della circolazione extra-corporea.

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

Cardiomiopatie

Si tratta di patologie che colpiscono il muscolo cardiaco riducendo l’efficienza del cuore, che fatica a pompare il sangue nel resto del corpo.

Che cosa sono le cardiomiopatie?

Si dividono in tre tipi: dilatative, ipertrofiche e restrittive. Le più comuni sono le cardiomiopatie dilatative, che si caratterizzano per problemi al ventricolo sinistro; questo si dilata e non riesce a pompare efficacemente il sangue. Quelle ipertrofiche sono invece associate ad una crescita o a un ispessimento anomalo del muscolo cardiaco che compromette la funzionalità cardiaca. Nelle forme restrittive, infine, il muscolo cardiaco perde la sua elasticità e si irrigidisce. Tra le possibili complicazioni di una cardiomiopatia sono inclusi la formazione di trombi, lo scompenso cardiaco, problemi alle valvole cardiache, morte improvvisa.

Quali sono le cause delle cardiomiopatie?

Oltre metà dei casi di cardiomiopatia dilatativa – soprattutto in età avanzata – riconosce una causa di tipo ischemico (una malattia delle coronarie o un precedente infarto miocardico); nelle fasce di età più giovani è più frequente la forma cd. idiopatica (cioè di cui non si conosce la causa); in una minoranza di queste forme si riscontra un aspetto ereditario; altre cause sono associate a malattie delle valvole cardiache, a tachicardie molto rapide e prolungate, all’ipertensione, all’abuso di sostanze alcoliche e di droghe (cocaina, eroina, anfetamine), ad alcuni medicinali chemioterapici; forme più rare sono collegate all’infezione da HIV e ad altre malattie infettive. Le forme ipertrofiche hanno un’origine prevalentemente genetica. Le forme restrittive sono infrequenti; di alcune di esse è responsabile un’infiltrazione del muscolo cardiaco, come nell’emocromatosi, nell’amiloidosi, nella sarcoidosi. Altre forme sono definite idiopatiche (non se ne conosce la causa).

Quali sono i sintomi delle cardiomiopatie?

Nelle loro fasi iniziali le cardiopatie possono essere asintomatiche, ma con il progredire della malattia possono comparire disturbi legati all’insufficienza cardiaca, come difficoltà respiratorie (sia sotto sforzo che a riposo), dilatazioni dell’addome dovute all’accumulo di fluidi, tosse, affaticamento, battiti irregolari o episodi di palpitazioni, vertigini, svenimenti, gonfiori a gambe, caviglie e piedi. Questi sintomi tendono di solito a peggiorare nel tempo indipendentemente dal tipo di cardiomiopatia.

Come si prevengono le cardiomiopatie?

La migliore prevenzione si attua con un corretto stile di vita e con l’eliminazione dei fattori di rischio: condurre una vita sana, svolgere una regolare attività fisica (almeno mezz’ora di camminata a passo rapido tre volte la settimana), alimentarsi in modo corretto (non eccedere con il sale, tanta frutta, verdura, pesce, pochi grassi animali, cibi semplici e sani, pochi cibi “industriali”), mantenere un consono peso corporeo (l’eccesso di peso affatica il cuore), evitare tabacco e sostanze nocive (come cocaina, anfetamina, anabolizzanti, droghe, ed evitare l’eccesso di alcol); curare in modo scrupoloso le condizioni che costituiscono un “fattore di rischio” per il cuore, come diabete mellito, ipertensione arteriosa, elevati livelli di colesterolo nel sangue.

Diagnosi

La diagnosi si basa su un’accurata visita medica in cui il medico indagherà anche circa la presenza di eventuali problemi cardiologici a livello famigliare.

Al termine della visita il curante potrebbe prescrivere:

  1. una scintigrafia miocardica
  2. una risonanza magnetica cardiaca
  3. esami del sangue
  4. una radiografia del torace
  5. un elettrocardiogramma
  6. un ecocardiogramma
  7. un test da sforzo

In base ai risultati di questi esami potrebbe essere necessaria l’effettuazione di ulteriori esami di secondo livello, quali coronarografia, studio emodinamico e biopsia miocardica.

Trattamenti

Il trattamento più adatto dipende dal tipo di cardiomiopatia e dalla tipologia di disturbo presente. Gli obiettivi sono però sempre quelli di ridurre i sintomi, prevenire il peggioramento della situazione e ridurre il rischio di complicazioni.

In caso di cardiomiopatia dilatativa potrebbe essere necessario assumere medicinali (come ACE-inibitori, beta-bloccanti, diuretici, antagonisti del recettore dell’angiotensina e digossina) sottoporsi ad interventi chirurgici per l’impianto di speciffici pacemaker o defibrillatori, o un trattamento combinato farmaci-intervento.

In caso di cardiomiopatia ipertrofica potrebbero essere prescritti dei beta-bloccanti, calcio-antagonisti o specifici antiaritmici. Se il trattamento farmacologico non dovesse essere sufficiente potrebbe essere necessario un intervento chirurgico correttivo o l’impianto di un defibrillatore o di un pacemaker.

Il trattamento delle cardiomiopatie restrittive mira essenzialmente al miglioramento della sintomatologia. Il medico può consigliare di limitare il consumo di sale e di tenere giornalmente sotto controllo il peso corporeo. Potrebbero essere prescritti diuretici o medicinali per ridurre la pressione e tenere sotto controllo il battito cardiaco. Nel caso in cui fosse possibile identificare la causa della cardiomiopatia saranno prescritti anche dei trattamenti specifici contro la problematica sottostante.

Nei casi più gravi in cui la malattia dovesse progredire nonostante i trattamenti potrebbe essere necessario un trapianto o l’impianto di un dispositivo di assistenza ventricolare (VAD).

Le informazioni riportate costituiscono indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico.

 

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